La psicologia generativa e il metodo Fare Storie – l’impianto teorico e la sua concreta espressione metodologica – rappresentano un modello teorico-clinico che nasce all’interno del paradigma psicoanalitico contemporaneo, nel solco della tradizione neo-bioniana.

La nascita del modello psicogenerativo è frutto di due “gravidanze”: la prima è la fondazione dell’Istituto ricerche di gruppo, a Lugano, nel 1988, la seconda è la pubblicazione de Il Pensiero Affettivo[1] nel 1997. Il padre della psicologia generativa è Ferruccio Marcoli, psicoterapeuta e socioanalista che ha definito il termine in questo modo:

1) un procedimento denominato “fare storie” messo a punto per indagare – in bambini, ragazzi e adolescenti – il funzionamento dell’apparato psichico nell’atto di produrre e usare sentimenti e pensieri,

2) un metodo terapeutico (basato su tale indagine) per la prevenzione e il trattamento delle perturbazioni di sentimenti e pensieri causati dalla funzione mentale che li genera;

3) una serie di conoscenze psicologiche acquisite per questa via che, sommandosi, convergono in una specifica disciplina giustificandone la denominazione.

Alle radici della psicologia generativa ci sono le teorie di Freud, di Melanie Klein e in particolare di Wilfred R. Bion. Ma anche altri grandi autori come Franco Fornari, Eliot Jaques, Matte Blanco hanno influenzato con i loro pensieri la teoria generativa.

Fin dalla sommaria definizione, con il metodo denominato «fare storie», la psicologia generativa sottolinea il primato del procedimento empirico che attraverso il «fare» intende rendere accessibili i processi psichici relativi a sentimenti e a pensieri che altrimenti sfuggono alla consapevolezza. Attenta ai «fatti» dell’esperienza emotiva e sensoriale, la psicologia generativa si avvale di un metodo funzionale a generare segni significativi, ritenendo che ogni sentimento e pensiero deve necessariamente essere pensiero e sentimento in segni. L’assunto su cui si basa è che i segni sono significativi se condivisi: è quindi nella relazione con l’Altro che ogni Soggetto si costituisce e che, reciprocamente, costituisce l’Altro. Ne consegue la necessità di considerare che gli eventi intrapsichici (ciò che accade solamente nella mente del soggetto) non sono possibili senza il concorso della relazione intersoggettiva.

La teoria del contenimento dello psicanalista britannico Wilfred Ruprecht Bion può essere definita come una teoria generale delle relazioni umane. Tale teoria si basa sul contatto emotivo, primo fra tutti quello tra la mamma e il bambino. Il modello contenitore-contenuto viene esemplificato da Bion con i simboli femminile ♀ (contenitore) e maschile ♂ (contenuto) e inizia dal rapporto madre-bambino nel periodo prenatale, ovvero quando il bambino è all’interno del ventre materno. L’essere umano all’origine è dunque un contenuto all’interno di un contenitore. La nascita è una separazione, è la perdita del primo contenitore, ci dice Bion. Da solo il bambino non riesce a sopravvivere e necessita di un contenitore sostitutivo a quello corporeo: la madre in senso psicologico e relazionale. Secondo Bion, il bisogno di contenimento si struttura come bisogno di un contenitore.

La psicologia generativa fa propria l’ipotesi psicoanalitica secondo cui la matrice del repertorio emozionale di ogni successiva fase di sviluppo è l’esperienza emotiva pre- e perinatale e la teoria del contenimento di Bion. La relazione “dinamica” contenitore /contenuto (♀♂) è un elemento essenziale del processo di significazione affettiva. Il ricorso al simbolo ♀ per rappresentare il contenitore e al simbolo ♂ per il contenuto rinforza l’idea di un irriducibile legame che l’elemento in tal modo denominato intrattiene con la corporeità.

I simboli ♀ e ♂ rinviano apertamente al genere sessuale e configurano la specificità biologica genitale che distingue la femmina (♀) e il maschio (♂). I due simboli evidenziano pure l’esistenza in ogni essere umano di una eccedenza e di una mancanza. La femmina possiede un genitale che il maschio non ha; il maschio ha un genitale che la femmina non possiede. E viceversa. Per fare fronte alla mancanza e per contrastare l’eccedenza, la realtà corporea impone a entrambi i generi di realizzare uno scambio: la femmina dà al maschio ciò che non possiede e viceversa. Lo sviluppo di una simile ipotesi ne richiama immediatamente un’altra relativa alle caratteristiche dell’epoca neonatale.

Marcoli, per delineare la sua teoria si avvale della metafora della gravidanza, della procreazione: nella relazione mettiamo al mondo un bambino, un concetto, che non è altro che il prodotto del pensare. Egli ritiene che le gravidanze siano due: la prima è quella biologica che si svolge nel corpo materno e dipende dalla fecondazione di un uovo e dall’annidamento dell’uovo fecondato nell’endometrio dell’utero (endogestazione); la seconda è quella sociale, sempre e ancora, gestita dalla madre nei primi tempi dopo il parto e in seguito gradualmente condivisa con altri soggetti adulti della famiglia che si svolge nel particolare ambiente emotivo che il corpo sociale famigliare predispone per accogliere il neonato (esogestazione).

Questa seconda gravidanza è resa necessaria dalla condizione neotenica di ogni neonato che, partorito prematuro, esige immediatamente – pena la non sopravvivenza – un altro grembo in grado di sostituire quello appena lasciato. La gravidanza sociale (o seconda gravidanza) è in ogni caso il tempo durante il quale nel corpo sociale si manifesta un’estesa varietà di segni d’affetto. A seconda delle situazioni, questi segni possono essere mortificanti o vitalizzanti. La figura del corpo sociale in grado di prendere in grembo il bambino e di accogliere la paura che egli ha dentro di sé e che non è in grado di contenere con i propri sogni è identificata da Bion nella madre capace di rêverie.

Per capire meglio, la funzione materna (o funzione alfa) si esplicita nella capacità della madre di entrare in sintonia con il bambino, di capire le sue emozioni profonde. Il contenimento psichico è la capacità empatica della mamma di essere in contatto emotivo con il bambino e dunque la funzione di contenimento è una funzione del comprendere. Il bambino, quando si sente compreso dalla mamma, si sente anche sollevato dalle sue angosce e dalle sue paure, introietta una mente che pensa: l’incontro con la mente della mamma permette alla mente del bambino di svilupparsi come contenitore.

Se vuole capire quello di cui ha bisogno il bambino – scrive Bion – la madre non può limitarsi a considerare il suo pianto semplicemente come richiesta della presenza di lei: secondo il punto di vista del bambino la madre dovrebbe prenderlo in grembo e accogliere la paura che egli ha dentro di sé; la paura di morire, perché è questa che il bambino non è in grado di tenersi dentro.[2]

Se ampliamo il discorso, l’esperienza di essere compresi e accolti dalla propria madre inizia dal momento del concepimento o meglio ancora dal pre-concepimento. Per entrambe le gravidanze è estremamente importante il tempo dell’attesa. Bisogna essere capaci di stare in attesa, in ascolto, in silenzio per centrarsi sul bambino. La madre, dotata di un apparato per pensare, grazie alla sua capacità di rêverie, potrà allora dare un senso ai sentimenti “impensabili” del figlio. Questo dare senso, ai suoi bisogni, ai suoi gesti all’inizio casuali, ai suoi movimenti, alle sue espressioni, inserisce il bambino in un mondo di senso. E tutto questo lo può fare già durante l’endogestazione. Le funzioni di maternage della madre, il suo rispondere in modo adeguato alle necessità del figlio, favoriranno l’introiezione nel bambino della funzione alfa materna, e la progressiva formazione di un apparato di pensiero autonomo.

Questa funzione genitoriale sembra implicare un processo ulteriore, quasi un “pensare le rappresentazioni”, un inserirle in una cornice più ampia che è data dal significato che ha per la donna la relazione con il bambino in un particolare momento della propria vita e delle proprie relazioni.

Lo spazio è corpo e il tempo è anima. Corpo e anima sono inseparabilicome lo sono lo spazio e il tempo” (E.Paci).

 

Clarissa Iseppi

 

[1]  Marcoli Ferruccio, Il pensiero affettivo, Red Edizioni, Milano, 1997

[2] Bion Wilfred R., Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico, Armando, Roma, 1967, pp. 158-159